Dalla cronaca al piccolo schermo: il successo de “L’altro ispettore”
La sicurezza sul lavoro non è solo una questione di norme e sanzioni, ma un intreccio di vite, responsabilità e dignità umana. Lo ha dimostrato con forza “L’altro ispettore”, la fiction di Rai 1 che ha conquistato milioni di telespettatori portando in prima serata il tema, spesso invisibile, degli infortuni sul lavoro.
Nata dalla penna e dall’esperienza di Pasquale Sgrò, la serie non si limita alla narrazione procedurale, ma scava nell’anima delle vicende umane, traendo linfa da storie drammaticamente vere. Al centro di tutto c’è Domenico Dodaro, un protagonista che ha saputo dare un volto e una voce a chi, ogni giorno, opera per garantire che ogni lavoratore possa tornare a casa sano e salvo.
In questa puntata della nostra rubrica “5 domande a…”, abbiamo il piacere di ospitare l’autore Pasquale Sgrò per capire cosa si cela dietro la creazione di un personaggio così amato e quanto la realtà della prevenzione abbia influenzato la finzione televisiva.
Ecco l’intervista ..
1. Dalla realtà allo schermo
La fiction ha colpito il pubblico per la sua cruda autenticità. Sappiamo che le storie sono ispirate a infortuni realmente accaduti: qual è stata la sfida più grande nel trasformare un fascicolo tecnico o un verbale d’indagine in una narrazione capace di emozionare il pubblico di Rai 1 senza tradire la verità dei fatti?
R. In una serie tv è fondamentale il lavoro fatto dagli sceneggiatori che preso il testo dell’autore lo adattano alle esigenze di produzione e di Rai Fiction, considerando che verrà mandato in onda in prima serata su Rai Uno, quindi per un pubblico esigente e ben caratterizzato. Nel caso dell’Altro Ispettore hanno lavorato tre sceneggiatori tra i più bravi in assoluto con una grande esperienza alle spalle: Salvatore De Mola, Andrea Valagussi e Paola Randi. Il mio ruolo in quella fase è stato di consulente, quindi un continuo confronto perché la narrazione fosse, almeno per gli aspetti tecnici, molto simile alla realtà.
2. L’Ispettore Domenico Dodaro: specchio o maschera?
Il protagonista, l’ispettore Domenico Dodaro, agisce con una sensibilità e un intuito particolari. Molti lettori e spettatori se lo chiedono: quanto c’è di autobiografico in questo personaggio? È la trasposizione della sua esperienza professionale o rappresenta l’ideale di “ispettore” che vorrebbe vedere più spesso nel mondo reale?
R. Mimmo Dodaro e molto bravo sul lavoro e mette come base delle sue indagini il “fare la domanda giusta”. Non è altrettanto abile nella vita privata, né come padre e tanto meno nei rapporti sentimentali, come emerge chiaro nella serie tv. Nel romanzo VIETATO PENSARE edito da Corbaccio ho cercato di costruire un personaggio che fosse dalla parte del lavoro, considerato che gli infortuni sono un costo sociale a cui tutti (lavoratori compresi) debbono contribuire per eliminarli. Certamente Dodaro è un ispettore migliore di come lo sono stato io e si potrebbe vedere anche nella vita reale, ricordando che ognuno di noi ha una personalità propria. È inutile negare che nello scrivere mi sono ispirato a me stesso e a tal proposito racconto un aneddoto: Durante le riprese, la prima volta che ho visto Alessio Vassallo (Ispettore Dodaro) con barba e capelli ricci neri, con la borsa a tracolla mi sono emozionato, perché ho rivisto me stesso quarant’anni prima.
3. La cultura della sicurezza come “prima serata”
Portare il tema della sicurezza sul lavoro in prima serata è un’operazione culturale coraggiosa. Secondo lei, il successo de “L’altro ispettore” indica che il grande pubblico è finalmente pronto a parlare di prevenzione non solo come un obbligo normativo, ma come un valore civile fondamentale?
R. Io penso di si Perché raccontare come accadono gli infortuni e spiegare cosa significa prevenire ha voluto dire uscire dalle statistiche, evidenziare che gli infortuni non sono solo numeri, ma restano nella vita perché lasciano tracce indelebili. Ora bisogna andare oltre e stimolare un processo culturale che aiuti a creare le condizioni di vivere, studiare, lavorare in sicurezza. Questo è un processo che non lo si apprende in età matura, bensì lo si costruisce nel tempo attraverso certo l’esperienza ma anche e soprattutto tramite la riflessione e la costruzione di un sé che porta a considerarci in relazione con gli altri e con la realtà circostante. Alla base di un tale progetto ci dev’essere la scuola. Insegnare (a partire dalle elementari) ai futuri operai, dirigenti, imprenditori, i concetti base per vivere in sicurezza, riconoscendo che ogni mansione ha il suo valore sociale non meno di un’altra. Far si che si crei una mentalità per cui fare sicurezza sia un bagaglio che tutti hanno come normalità del vivere quotidiano. In definitiva promuovere la cultura della sicurezza fin dalla più giovane età significa fare anche educazione alla convivenza civile, in cui ci sia rispetto e dignità per ogni essere umano.
4. L’impatto emotivo dell’infortunio
Nelle puntate emerge spesso il “dopo” l’incidente: le conseguenze sulle famiglie e il peso psicologico per chi resta. In che modo la fiction può aiutare le aziende e i lavoratori a percepire il rischio non come una statistica, ma come una ferita profonda che colpisce l’intera comunità?
R. Ogni infortunio sul lavoro e ancor di più quelli mortali non si possono etichettare con un numero, una percentuale. Essi segnano la vita di chi li ha vissuti sotto qualsiasi veste. Si toglie l’anonimato alle statistiche e si danno volti e voci a tragedie che sul telegiornale e sulla stampa passano come un semplice fondo sonoro.
Quel dramma di un momento resta nella vita perché lascia tracce indelebili nei parenti dell’infortunato (anche nell’ispettore che potrà pure togliere l’emozione dalla faccia, ma non dalla memoria): stravolgono la vita di intere famiglie e di comunità. Gli episodi della serie tv, senza cadere nella falsa moralità, hanno aiutato un grande pubblico a prendere dimestichezza col mondo del lavoro e con le “stragi” che al suo interno si perpetrano (oltre 3 morti al giorno, più di quanti ne fa la criminalità organizzata), fatto riflettere che spesso gli infortuni avvengono per banali errori o superficialità e fatto capire quanto siamo bravi a ignorare il pericolo quotidiano.
5. La conoscenza e l’importanza della promozione attraverso i Social
“Il successo della serie indica che il pubblico è pronto per questi temi, ma abbiamo notato anche una spinta fortissima dal basso: gruppi social come quelli di Notiziariosicurezza.it hanno pubblicizzato massivamente la fiction. Lei non crede che la spinta dei social e delle community possa essere una chiave importante per arrivare al cuore del grande pubblico e quindi alla maggiore sensibilizzazione sul tema della sicurezza del lavoro?”
R. La serie L’Altro Ispettore, nonostante alcuni aspetti che non l’hanno agevolata (programmazione in contemporanea delle partite di calcio della Champions League, conseguenzialità ravvicinata della messa in onda: 2-3-9 e l’aver anticipato le puntate su RaiPlay ha vinto tutte le tre serate e ha sollevato proteste proprio sui social che sono diventate talmente rumorose da essere riportate da alcuni quotidiani nazionali. Son convinto che sia importante la spinta sia dei social sia delle community perché oggi la comunicazione avviene parecchio per queste vie e lo sarà sempre più anche in futuro. Ringrazio NotiziarioSicurezza.it e tutti quei gruppi social che hanno pubblicizzato la serie permettendole di raggiungere i risultati ottenuti.
Ringraziamo Pasquale Sgrò per aver condiviso con i lettori di NotiziarioSicurezza.it questa riflessione profonda. Il successo de “L’altro ispettore” ci ricorda che la sicurezza non abita solo nei manuali tecnici, ma nel rispetto che portiamo alla vita umana. L’appuntamento con la cultura della prevenzione continua sulle nostre pagine e, speriamo, presto di nuovo sul piccolo schermo.
Redazione NotiziarioSicurezza.it: Arch. Domenico Vozza

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