Zevxhet Halili, 59 anni, operaio albanese residente a Ospedaletto Euganeo, non c’è più. Rimasto schiacciato da una pressa nella sua officina, ha pagato con la vita il prezzo silenzioso e crudele della produzione. Come molti altri, ha visto il lavoro trasformarsi in una macchina che non conosce pietà, in un altare di acciaio che non distingue tra fatica e fragilità. La sua morte, avvenuta il 9 gennaio 2026, richiama con forza l’urgenza di interrogarsi su ciò che troppo spesso viene nascosto tra le mura delle fabbriche e dei cantieri: la vulnerabilità dei lavoratori, l’inevitabilità apparente degli incidenti, la scarsa attenzione alla sicurezza.
Il 2025 si è chiuso con un bilancio provvisorio di 1.118 vittime del lavoro, sostanzialmente in linea con l’anno precedente, una media di oltre tre morti ogni giorno. Nel Veneto si contano 118 vittime, un numero che rende evidente come la tragedia non sia un’eccezione ma un fenomeno quotidiano e diffuso. A dicembre, il mese meno tragico, 72 persone hanno perso la vita tra lavoro diretto e tragitti casa-lavoro: persone come Ettore Garau, Pietro Paolo D’Ambrosio, Francesco Regina, e tanti altri che ogni giorno rischiano tutto, spesso invisibili, spesso dimenticati. Zevxhet Halili rappresenta tutti questi nomi: è l’uomo che si alza ogni mattina per portare avanti la vita della comunità, l’operaio che conosce il rumore dei macchinari e il peso del ferro, l’essere umano che non dovrebbe morire per il solo fatto di lavorare. La sua storia ci obbliga a riflettere sul valore della vita contro quello della produzione, sulla necessità di tutele reali e di una cultura della sicurezza che vada oltre la retorica e le statistiche.
Yuleisy Cruz Lezcano
Atlante del peso
Alla fine di quello
che non si è potuto soffrire,
c’era una porta
chiusa dal gesto cieco
Un non sento più nulla
in ciò che se ne va
e non si ricorda.
Sopra, rumori, lamenti smossi,
la fabbrica che continua a respirare
senza sapere il nome di chi manca.
Poi? niente! Il sole debole
sulla superficie del sopravvivere
nella coscienza
a cui manca sepoltura
sull’asfalto oscuro.
Il corpo diventa segno,
il segno silenzio
che va a lavorare e finisce
in ciò che si teme:
un respiro che smette
di essere anima,
un non tornare indietro
dal tempo.
Zevxhet resta lì,
tra il rumore e l’assenza,
operaio fatto soglia,
porta attraversata dal buio.

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