Caschi Vuoti. Le fabbriche che cacciano uomini: cronaca di una sicurezza assente

Memorial on a concrete barrier with three white hard hats, photos, a lit candle, a clock, flowers, and a sign that reads 'CASCHI VUOTI – Poesia di Yuleisy Cruz Lezcano' as an industrial plant rises in the background; an older couple stands nearby, comforting each other at dusk.

Le fabbriche che cacciano uomini: cronaca di una sicurezza assente

(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

Questa poesia nasce il 28 aprile, Giornata internazionale per la salute e la sicurezza sul lavoro, come gesto di memoria e di denuncia. È stata scritta per dare forma a ciò che spesso resta fuori dalla cronaca: non solo la morte, ma anche la sopravvivenza spezzata, i corpi che continuano a vivere “dimezzati”, le vite frammentate che il lavoro lascia dietro di sé quando la sicurezza diventa assenza. Attraverso immagini simboliche e linguaggio poetico, il testo prova a raccontare il lavoro come forza ambivalente: spazio di costruzione ma anche luogo in cui può insinuarsi una morte invisibile, meccanica, sistemica. Le fabbriche, le aziende, i campi diventano scenari in cui la vita viene spesso ridotta a numero, prestazione, produzione. La poesia dà voce anche ai familiari, ai loro percorsi di dolore e alla rabbia che segue la perdita: una rabbia che non è solo ferita, ma energia che può essere trasformata in memoria, parola, testimonianza. In questo senso, il testo si colloca dentro una dimensione civile, dove scrivere significa resistere all’oblio e difendere il diritto al ricordo.

Infine, la poesia si interroga sul fallimento delle tutele e delle lotte, sul tempo lungo e faticoso della giustizia, e sulla necessità di continuare a nominare ciò che accade, perché ciò che non si nomina rischia di ripetersi.

Caschi vuoti

Il lavoro a bocca aperta

a volte è già una morte che cammina,

esce per le strade come vento caldo,

entra nelle fabbriche, nelle aziende inventate

per cacciare uomini nel ritmo delle ore.

Spinge dall’alto senza muovere un muscolo,

capovolge i trattori come giocattoli stanchi,

scrive cadute nell’aria con mano invisibile,

e il ferro obbedisce come se fosse sogno.

Simile a un ruggito senza corpo,

intrappola l’urlo infinito nei cieli bassi,

tra voli di rondini che non sanno dove fermarsi,

tra corridoi di polvere e luce spezzata.

E chi resta impara il linguaggio delle macerie,

la grammatica dei caschi vuoti,

la sintassi dei turni interrotti.

Le famiglie portano nel petto un orologio rotto,

che segna sempre la stessa ora senza ritorno,

eppure continuano a cucire il tempo

con filo di voce e fotografie consumate.

Il dolore si siede accanto, educato e pesante,

come un ospite che conosce tutte le stanze.

La rabbia arriva dopo,

cammina scalza tra le carte,

accende nomi, incendia silenzi,

e diventa parola che cerca forma.

Se gliela sganciassero la testa al sistema,

forse cadrebbe il meccanismo che ingoia i giorni,

forse il lavoro tornerebbe umano,

forse il respiro avrebbe spazio nelle mani.

Ma intanto si resiste così:

con il ricordo che pulsa come ferro caldo,

con le lotte che imparano a stare nel buio,

con la voce che non smette di chiamare i nomi

anche quando il vento li porta via.

 

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