In Europa, le malattie professionali causate dall’inalazione di agenti nocivi rimangono un problema gravissimo, spesso invisibile e sottovalutato. L’asma professionale, ad esempio, rappresenta una delle patologie più frequenti riconosciute come legate all’ambiente lavorativo: si stima che circa una riacutizzazione grave su sette sia associata a esposizioni occupazionali, e che integramente il 15 % dei casi di asma negli adulti derivi dall’inalazione di sostanze nocive durante l’attività professionale. Oltre all’asma, tra le patologie riconosciute figurano pneumoconiosi (come silicosi o asbestosi), BPCO, alveoliti allergiche estrinseche, e forme tumorali polmonari e pleuriche, alcune direttamente imputabili a sostanze minerali, altre derivanti da aerosol o vapori irritanti . In Italia la sorveglianza delle malattie professionali è affidata all’INAIL, che solo nel 2023 ha registrato oltre 72.700 denunce (sottovalutazione dei casi reali), con un aumento marcato rispetto agli anni precedenti. Tra le patologie più segnalate figurano quelle osteo-muscolari, neurologiche, uditive, ma anche respiratorie e tumori, che mostrano meno visibilità ma sono in crescita costante.
Nei primi 11 mesi del 2024, le denunce di malattia professionale sono aumentate rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Questi dati testimoniano l’urgenza di un’attenzione mirata ai rischi da inalazione, ancora troppo spesso ignorati. Le malattie respiratorie da inalazione rappresentano un esempio emblematico di un rischio che non viene adeguatamente valutato in molte realtà professionali; basti pensare agli ambienti sanitari, dove la gestione del rischio chimico è spesso inadeguata. I composti organici volatili (VOC), come formaldeide e benzene, comuni in ambienti chiusi, dovuti a materiali edili, arredamenti e prodotti di pulizia, provocano irritazione delle
mucose, cefalea, sonnolenza e, in casi prolungati, un potenziale cancerogeno riconosciuto dall’IARC. In molti ambulatori e laboratori sanitari manca un controllo sufficiente del ricambio d’aria, dei filtri o delle cappe aspiranti; la priorità spesso cade sul numero di prestazioni erogate, piuttosto che sulla sicurezza del personale, e non sono previste indennità di rischio. Molti professionisti, tra cui medici, infermieri, tecnici e operatori di laboratorio, sono esposti ogni giorno a sostanze neurotossiche o cancerogene, senza alcuna forma di tutela o ascolto attivo.
La normativa italiana (D.Lgs. 81/2008) prevede l’uso di Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) quando le misure collettive non sono sufficienti, in presenza di polveri, vapori o sostanze tossiche.
Tuttavia, una reale applicazione in ambito sanitario rimane lacunosa: molti ambienti non dispongono di sistemi di filtrazione adeguati né di linee guida aggiornate per l’uso dei DPI nei reparti di Anatomia Patologica, citologia o nei laboratori di analisi. Ad esempio, tra gli anestetici inalatori, il protossido d’azoto e alcuni gas alogenati dispongono di limiti prescritti solo in maniera generica, risalenti agli anni Ottanta, mentre sostanze più recenti come Sevoflurano e Desflurano non hanno ancora valori limite definiti, anche se dovrebbe applicarsi il principio ALARA (“as low as reasonably achievable”). Nelle farmacie ospedaliere e nei reparti dove si preparano farmaci in sospensione o si usano detergenti/disinfettanti aggressivi (aldeidi, ipocloriti, composti ammonici quaternari etc.), si raccomandano respiratori filtranti adeguati, camici monouso e guanti, ma nella pratica spesso si utilizza meno, e molti operatori non sono informati sui rischi diffusi da inalazione.
Il quadro europeo, seppur eterogeneo tra paesi, evidenzia che la prevalenza delle malattie polmonari professionali è spesso sottostimata, anche perché la diagnosi si manifesta spesso solo in età avanzata, quando la persona non è più in attività. In Italia, la situazione è aggravata da una difficoltà di riconoscimento legale: molte delle tabelle INAIL, aggiornate dal 2008, includono malattie da agenti chimici o respiratorie solo tra quelle tabellate, mentre molte forme da inalazione acuta o cronica non rientrano direttamente nell’elenco e richiedono un iter complesso per la denuncia e riconoscimento. L’assenza di un riconoscimento concreto del rischio, l’assenza di indennità, la scarsa ergonomicità degli ambienti di lavoro, l’inalazione frequente di spray e aerosol saturi che irritano mucose e provocano tosse, allergie o asma sono realtà descritte da molti operatori sanitari, ma raramente supportate da una cultura della prevenzione e da protocolli operativi. Come nel caso della citologia: secondo le linee guida, la fissazione dei campioni deve avvenire immediatamente mediante citospray a base alcolica per preservare la morfologia cellulare; ma senza un protocollo chiaro, cappe aspiranti adeguate, DPI idonei e formazione, l’operatore è costretto a improvvisare, con rischi per la salute. Per affrontare queste criticità, è necessaria una revisione sistematica degli ambienti sanitari: un’adeguata ventilazione, filtri efficienti, cappe aspiranti, DPI conformi, formazione periodica, e soprattutto una cultura della prevenzione che valorizzi le persone anziché il ritmo delle prestazioni. Serve un riconoscimento legale più inclusivo delle malattie da inalazione, anche al di fuori dell’elenco tabellato, e strumenti d’indennizzo che tutelino chi rischia quotidianamente la propria salute.
In conclusione, sotto la lente dei dati ufficiali emerge che in Europa, e in Italia in particolare, le malattie professionali da inalazione rappresentano un problema grave e spesso invisibile, aggravato in ambito sanitario da ambienti sottovalutati, dalla carenza di normative operative aggiornate e da una cultura del lavoro che privilegia la quantità sulla sicurezza. Agire significa riconoscere il rischio, formare, dotare di strumenti, monitorare e infine tutelare chi, ogni giorno, espone la propria salute per curare quella degli altri. Proseguendo nella riflessione su questo tema tanto cruciale quanto trascurato, non si può ignorare come l’assenza di una cultura sistemica della sicurezza e della prevenzione nei luoghi di lavoro sanitari generi un pericoloso scollamento tra prassi operativa
e tutela della salute. In molte strutture italiane, dal piccolo ambulatorio periferico al grande ospedale universitario, si continua a operare in ambienti saturi di sostanze volatili, spesso senza nemmeno rendersene conto. I prodotti chimici utilizzati, dai disinfettanti agli spray fissativi, dai solventi organici ai reagenti di laboratorio, vengono maneggiati quotidianamente come parte del “normale” lavoro, senza riflessione critica né tutele efficaci. Eppure, si tratta di sostanze il cui potenziale tossico è noto da decenni, e per le quali esistono abbondanti dati tossicologici e linee guida internazionali.
Prendiamo ad esempio il caso del xilene, uno dei solventi più utilizzati in Anatomia Patologica per la fissazione e la colorazione dei tessuti. È classificato come sostanza tossica per inalazione, con effetti neurotossici e irritativi documentati. I vapori di xilene possono provocare mal di testa, nausea, irritazioni oculari, bronchiali e, con esposizioni ripetute o croniche, danni a fegato, reni e sistema nervoso centrale. Eppure, in molti laboratori il suo uso è ancora privo di sistemi di aspirazione localizzata, e gli operatori sono esposti per tempi prolungati senza adeguati dispositivi di protezione o monitoraggi ambientali regolari. La sostituzione con sostanze meno tossiche è ancora poco diffusa, soprattutto per la difficoltà ad aggiornare protocolli obsoleti o per la resistenza al cambiamento in ambito organizzativo.
Ancora più emblematica è la questione della formalina, che viene regolarmente utilizzata per la conservazione dei campioni biologici. Classificata dall’IARC come cancerogeno certo per l’uomo (gruppo 1), la formaldeide è da tempo al centro di controversie sulla sua gestione in ambito sanitario. Gli operatori che manipolano questa sostanza senza cappe chimiche, aspiratori o DPI adeguati, spesso in ambienti privi di ventilazione forzata, sono esposti a livelli ben superiori a quelli raccomandati. Ma non solo: in molti casi non è nemmeno previsto un piano di monitoraggio
ambientale né biologico, né viene eseguita una valutazione del rischio aggiornata per ciascuna mansione. La gestione del rischio si riduce a un adempimento burocratico: un documento generico redatto una volta ogni cinque anni, spesso privo di riscontro nella pratica quotidiana.
Serve quindi un cambio di paradigma: riconoscere la tossicità non come un evento eccezionale, ma come una condizione insita in molti ambienti sanitari, e agire di conseguenza. Occuparsi del benessere degli operatori sanitari, anche e soprattutto nei piccoli gesti quotidiani, nei materiali utilizzati, nell’aria respirata, è un atto di giustizia e di lungimiranza. Ignorare questi segnali, al contrario, significa perpetuare un sistema che consuma le sue risorse umane nel silenzio, nell’invisibilità e, alla lunga, nel danno irreversibile.
(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

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