Carne viva
Ciò che si dovrebbe capire non è il silenzio dei ferri,
ma l’urlo che trattengono,
il tremore della vite quando stringe troppo forte,
non è la caduta,
ma chi guarda un uomo cadere e pensa al fastidio
di dover spiegare.
Un uomo è caduto ma non è morto,
l’hanno lasciato come si lascia un sacco bucato,
come si lascia un cane che non serve più a sorvegliare,
con la polvere addosso come un vestito ereditato,
un uomo è stato abbandonato in una pozza di sangue e sudore rappreso che non commuove nessuno.
Un uomo è caduto e gli hanno tolto la divisa del giorno per cucirgli addosso quella dell’invisibilità.
Un uomo è caduto e non ha importanza se respira ancora,
se in quel respiro c’è il grido di tutti gli altri che non hanno voce.
Nel suo petto rotto batte il cuore intero d’un mondo che ha dimenticato di essere umano.
Ho scritto questa poesia per dare voce a chi viene ridotto al silenzio.
Per raccontare, attraverso simboli e immagini, la violenza nascosta che si consuma ogni giorno nei luoghi invisibili del lavoro nero, dove l’essere umano smette di essere persona e diventa funzione, oggetto, ingranaggio sacrificabile. La vicenda dell’operaio rumeno abbandonato in un prato, ferito e senza soccorso, non è solo un fatto di cronaca: è il riflesso di una realtà più ampia e profonda, in cui il valore della vita viene subordinato alla convenienza, in cui lo sfruttamento si ammanta di normalità e il dolore altrui viene nascosto sotto l’erba. Con “Carne viva” ho voluto usare il linguaggio simbolista per scavare oltre la superficie dei fatti, per mostrare la verità emotiva e spirituale di una ferita collettiva.
Hanno gettato un uomo come straccio che sa di carne, un corpo scomodo che sporca l’ordine delle cose.
Suo fratello l’ha trovato sfigurato dal silenzio, dall’ombra lunga dell’indifferenza.
Hanno fatto del suo respiro una macchia, del suo nome un’eco sporcata di calcoli, l’hanno impacchettato in una bugia
e svuotato in un campo come fosse detrito.
La terra non ha chiesto nulla, ma suo fratello sì:
chi ha dato a questi volti il potere di scegliere chi merita di essere soccorso?
Lui e tutti noi vogliamo vedere gli occhi di chi ha chiuso il portabagagli con le ossa che gridavano.
Vogliamo vedere se tremano, se il cuore ha fatto almeno un sobbalzo tra una telefonata e un alibi.
Yuleisy Cruz Lezcano

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