Sicurezza sul lavoro: la legge non è un’opinione e non è un opera astratta: quando l’interpretazione diventa letale.
Notis by: Antonio arch. D’AVANZO
Molti approcciano il Testo Unico sulla Sicurezza con lo stesso spirito con cui si osserva un’opera di Picasso: convinti che il significato sia una facoltà discrezionale dell’osservatore. Si crede, erroneamente, che la norma sia un’astrazione soggettiva, un concetto filosofico da interpretare a proprio piacimento.
Ma la sicurezza sul lavoro non è arte. È tecnica, è scienza, è tutela della vita.
L’errore del paragone cubista
Nel cubismo, Picasso ha introdotto la quarta dimensione – il tempo – per rappresentare un oggetto tridimensionale attraverso molteplici punti di vista simultanei. La scomposizione dell’immagine permette all’osservatore di percepire una “verità” filtrata dalla propria sensibilità: l’opera non è statica, è un processo interpretativo.
Trasferire questo paradigma nel campo della sicurezza è un errore gravissimo. La norma non ammette “prospettive”. Un parapetto o un sistema di protezione non sono soggetti a interpretazioni artistiche o visioni cubiste; o sono conformi, o non lo sono. In questo ambito, la trasfigurazione del dato tecnico in opinione personale è la radice del caos normativo e dell’inefficacia preventiva.
Il paradosso dell’inconsapevole ignoranza
Il vero dramma, tuttavia, non risiede solo nella libera interpretazione, ma nella tracotanza di chi interpreta: l’inconsapevole ignoranza. È il caso di quei professionisti, consulenti o formatori che “pensano di sapere”.
Questi soggetti non sono semplicemente ignoranti; sono portatori di un’ignoranza attiva. Hanno interiorizzato concetti sbagliati, procedure distorte e interpretazioni di comodo che spacciano per competenza. Come nel cubismo, essi alterano la realtà per farla coincidere con il proprio limitato campo visivo. Quando questa “visione” diventa prassi, la sicurezza si trasforma in una recita burocratica: ispettori, consulenti e PM si muovono all’interno di questa nebbia, cercando il colpevole ideale da sacrificare sull’altare di un processo, anziché risolvere le falle sistemiche che hanno permesso l’infortunio.
L’illusione della giustizia
Inasprire le sanzioni o coniare nuovi termini come “operaicidio” serve solo a soddisfare la necessità di trovare un capro espiatorio, alimentando la burocrazia del “pezzo di carta” che attesta il nulla. È un sistema che si auto-alimenta di incomprensioni, dove la forma prevale sulla sostanza e l’ignoranza, elevata a metodo, finisce per giustificare l’incapacità collettiva di prevenire le morti bianche.
La domanda che dobbiamo porci – e che il sistema evita – è brutale: stiamo costruendo cultura della sicurezza o stiamo solo perfezionando un meccanismo di condanna postuma? Se non smettiamo di trattare la norma come un’opinione astratta, continueremo ad avere processi cubisti: dove ognuno vede ciò che vuole e trasmette o suggerisce concetti sbagliati ma soprattutto non in linea con la reale volontà del legislatore, mentre il lavoratore, nel frattempo, continua a perdere la vita.

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