Nel 2025, gli incidenti sul lavoro legati ai carrelli elevatori e mezzi analoghi continuano a rappresentare una delle criticità più gravi e sottovalutate nel panorama della sicurezza occupazionale in Italia. Pur costituendo solo circa l’1% del totale degli infortuni, tali episodi
generano il 10–11% delle lesioni gravi, secondo dati INAIL, con una gravità del rischio almeno dieci volte superiore rispetto a quella media. Il quadro che emerge è allarmante. I carrelli elevatori o muletti sono strumenti fondamentali per il mondo della logistica, dell’industria, dell’edilizia e dell’agricoltura, ma la loro natura meccanica e fisica li rende intrinsecamente pericolosi. Possono
pesare fino a 4 tonnellate, viaggiare a 30 km/h, sterzano sul posteriore (rendendo la manovra più instabile), e presentano gravi limitazioni nella visibilità durante l’uso. Il baricentro sbilanciato, l’inerzia elevata e gli angoli morti concorrono a trasformare questi mezzi, in condizioni non ottimali, in vere e proprie trappole mortali.
Nel solo periodo maggio–luglio 2025, la cronaca nazionale ha riportato almeno quattro morti per schiacciamento legate all’uso di carrelli elevatori. Tra queste: il 12 maggio, Lugo (RA): un uomo di 57 anni è morto schiacciato dal suo muletto mentre operava in un’azienda agricola; il 4 giugno, Solarolo (RA): un bracciante agricolo di 38 anni è stato trovato senza vita, presumibilmente schiacciato dalle forche del carrello; il 25 luglio, Bagnolo Mella (BS): un operaio di 60 anni è deceduto dopo essere stato travolto da un muletto in un’area di cantiere; il 24 giugno, Cislago (VA): un uomo di 54 anni è rimasto gravemente ferito in un ribaltamento da rampa, ma è sopravvissuto
grazie alla presenza delle pedane di sicurezza. Considerando le tre vittime con età nota (38, 57, 60 anni), l’età media risulta di circa 51,7 anni, coerente con l’analisi INAIL secondo cui oltre il 50% delle morti sul lavoro riguarda lavoratori over 50. Questo gruppo è particolarmente esposto per via dell’esperienza che spesso induce automatismi, minore reattività fisica, e contesti lavorativi non più
adeguati alla loro età.
L’estrema pericolosità dei carrelli elevatori deriva da una combinazione letale di fattori come il peso, che può arrivare fino a 4.000 kg, equivalenti a tre automobili compatte; la velocità, il mezzo può raggiungere fino a 30 km/h, con scarsa capacità di frenata, data l’assenza di freni sulle ruote posteriori; la visibilità, infatti, è spesso compromessa da carichi ingombranti; la manovrabilità, la presenza sterzo posteriore e inerzia elevata rendono difficile il controllo preciso. Risulta poi fondamentale la stabilità. Infatti, il baricentro è variabile e questo rende il mezzo altamente sensibile a sovraccarichi o terreni irregolari.
Secondo la fisica, l’energia cinetica generata da un muletto in movimento è: E=12mv2E = \frac{1}{2}mv^2E=21mv2
Dove m = 4000 kg e v = 8 m/s (≈ 30 km/h): E=½×4000×64=128.000JE = ½ × 4000 × 64 = 128.000 JE=½×4000×64=128.000J
Una quantità enorme, in grado di uccidere sul colpo chiunque venga colpito o schiacciato dal mezzo. L’energia sviluppata da un carrello elevatore in movimento supera ampiamente quella di un incidente automobilistico a bassa velocità.
Bisogna evidenziare che le modalità di incidente si ripetono con preoccupante regolarità. Spesso gli incidenti trovano la loro causa nello schiacciamento tra il retro del carrello e una parete o struttura fissa; nel ribaltamento laterale durante manovre su piani inclinati o curve strette; nella caduta del carico sulle persone, per cattivo fissaggio o movimento errato; nello schiacciamento con le forche, spesso dovuto a errori nell’alzare o abbassare il carico in presenza di operatori a terra; o nei ribaltamenti da camion o pedane, come nel caso di Cislago, che evidenziano quanto la presenza o l’assenza di dispositivi di sicurezza passivi (come bordi antiribaltamento) possa fare la differenza
tra la vita e la morte. Queste dinamiche si verificano spesso in contesti non strutturati o agricoli, dove mancano barriere fisiche, segnaletica, supervisione, o percorsi separati tra mezzi e pedoni.
L’anello debole sono, frequentemente, gli errori umani, la formazione carente e i contesti degradati.
Tra questi poi, secondo gli esperti, l’errore umano è il primo fattore scatenante.
Spesso si tratta di:
Eccessiva fiducia dovuta all’esperienza;
disattenzione per abitudine;
mancanza di formazione
adeguata o aggiornamento periodico;
sovraccarichi di lavoro che aumentano la fretta e scarsa
sorveglianza in ambienti isolati o agricoli.
In molte realtà, i corsi per mulettisti sono visti come
adempimenti burocratici, sbrigati in poche ore, senza verifica pratica approfondita. Ancora peggio, in piccole imprese e cantieri si trovano operatori non abilitati, che manovrano mezzi pericolosi senza alcuna competenza certificata. La cultura aziendale spesso sottovaluta la prevenzione, considerandola un ostacolo alla produttività. Ne risultano spazi caotici, percorsi promiscui, manutenzione irregolare e scarsa attenzione al rischio.
L’analisi dei casi del 2025 mostra che la fascia più colpita è quella tra i 38 e i 66 anni, con una media attorno ai 52–55 anni. Questi lavoratori non sono inesperti: al contrario, sono spesso professionisti esperti, abituati al mezzo, al gesto ripetuto, alla routine. Proprio questa consuetudine porta a sottovalutare l’eccezione, l’imprevisto, l’errore tecnico che una volta sola basta a generare una tragedia. La stanchezza fisica, i riflessi rallentati e la difficoltà a gestire situazioni nuove rendono questa fascia anagrafica vulnerabile in modo specifico. I numeri parlano chiaro, e le formule della fisica li rendono inequivocabili: ogni incidente con muletto è potenzialmente mortale.
Eppure, nel 2025, gli stessi errori si ripetono. Serve una prevenzione strutturale, non episodica.
Infatti, è ora più che mai necessaria una formazione seria, obbligatoria, aggiornata ogni 5 anni; sono fondamentali i controlli tecnici mensili su tutti i carrelli elevatori e i piani di sicurezza aziendale obbligatori in ogni ambiente con carrelli. L’organizzazione del lavoro è imprescindibile, così come il divieto assoluto di percorsi promiscui tra pedoni e muletti. Poi bisogna, che le aziende aiutate dalle istituzioni politiche rendano l’uso obbligatorio di dispositivi anti-collisione e sensori di prossimità. Ci vogliono poi enti preposti che documentino la corretta rilevazione digitale dei controlli manutentivi e seguano la certificazione della formazione continua.
(Yuleisy Cruz Lezcano)

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