Strage sul lavoro: smettiamola di attribuire la colpa al destino

La Strage InfinitaArch.Antonio D'avanzo

Strage sul lavoro: smettiamola di attribuire la colpa al destino!

Siamo tutti animati da buone intenzioni, eppure tutti all’unisono condanniamo – con un cinismo ormai assuefatto – la strage infinita che ogni giorno insanguina i luoghi di lavoro, un’emorragia di vite a cui sembra che l’unica reazione sia il pianto rituale e il facile “senno del poi“. Ci sentiamo impotenti, incapaci di suggerire una soluzione, relegati al ruolo di commentatori a fatti avvenuti. Ci nascondiamo dietro l’alibi che “che si sarebbe potuto fare di più ma nessuno ha avuto la capacità de prevedere“. Si tratta di un destino funesto dettato e condizionato dall’incapacità dell’uomo, lasciando che solo una guida superiore possa indicarci la soluzione idonea.

Ma è proprio qui che cadiamo nell’errore più grave: la sicurezza non è fede, è metodo. Non è un miracolo richiesto al cielo, è un dovere imposto all’uomo. Chiamare “destino” l’ennesimo infortunio mortale è un insulto alla memoria delle vittime e una codarda assoluzione per chi non ha vigilato, non ha investito, o ha scelto la fretta. Le tragedie sul lavoro, nella quasi totalità dei casi, non sono eventi inevitabili, ma l’amara conseguenza di una scelta (non fatta): la scelta di considerare la sicurezza un costo anziché un valore, un ostacolo burocratico anziché il fondamento di qualsiasi attività produttiva.

Questa emorragia non si può tamponare solo con le lacrime; si tampona smantellando il sistema dello scaricabarile. Si smette di morire quando il profitto non vale più della vita, quando l’appalto al massimo ribasso non può più tradursi in manodopera sottopagata e, implicitamente, in sicurezza sotto zero. Si smette di morire quando la famigerata frase “abbiamo sempre fatto così” – vera radice della superficialità – viene sostituita dalla cultura della prevenzione continua. Le leggi ci sono, il Testo Unico descrive le procedure, i dispositivi esistono. Quello che manca non è la conoscenza divina, ma la ferma volontà terrena di applicarle.

Dobbiamo smettere di celebrare l’operaio “bravo” che si “arrangia” e di cui si tessono le lodi postume per la sua dedizione, e iniziare a pretendere il professionista che lavora solo ed esclusivamente secondo protocollo. Dobbiamo pretendere che lo Stato sia di supporto, agevoli e faciliti l’attuazione di procedure che richiedono risorse eccessive, e che i suoi organi di vigilanza non siano orientati solo al rafforzamento delle sanzioni ma siano di supporto alla definizione di procedure corrette incentivando i buoni propositi, solo per chi persevera occorre inasprire le multe non più irrisorie, bensì deterrenti veri e immediati, come la sospensione istantanea dell’attività per gravi violazioni e la responsabilità penale certa per chi sapeva e ha imposto di correre un rischio.

La vera soluzione idonea, l’unica che onora il solco della prevenzione, è un cambio di paradigma: la sicurezza deve diventare il primo indicatore di successo aziendale, prima del fatturato. Solo quando ogni datore di lavoro, ogni dirigente e ogni lavoratore sentirà il peso etico e legale di questa priorità, solo allora potremo sconfiggere questa strage. La vita non è negoziabile. Smettiamola di affidarci al destino e riprendiamoci la nostra responsabilità di scegliere: o prevenzione, o complicità. Non c’è una terza via. Non è fatalità nè sfortuna, ma solo l’incapacità di governare la sicurezza.

Redazione NotiziarioSicurezza.it: Antonio Arch. D’Avanzo

“Morti bianche: la colpa è anche dello Stato. È ora di incentivare, non solo sanzionare.”

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Architetto libero professionista esperto in sicurezza e salute dei luoghi di lavoro.

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