Respiriamo rischio: le falle sistemiche nella tutela da agenti chimici

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Respiriamo rischio: le falle sistemiche nella tutela da agenti chimici (di Yuleisy Cruz Lezcano)

L’Italia è oggi alle prese con una doppia sfida: da un lato garantire la sicurezza chimica negli ambienti sanitari, dove formalina, glutaraldeide e spray alcolici, utilizzati in laboratori e ambulatori, espongono il personale a vapori irritanti e potenzialmente cancerogeni in assenza di adeguati sistemi di aerazione o sistemi filtranti. Dall’altro, riportare al centro dell’attenzione il rischio chimico nei cantieri edili, dove pratiche quotidiane generano esposizioni significative: dalla stesura di asfalto a caldo alla saldatura senza sistemi di estrazione, fino alla manipolazione di solventi, vernici, collanti e materiali isolanti, alcuni con proprietà cancerogene o sensibilizzanti per le vie respiratorie.
Nel settore edile, l’INAIL ha diffuso una guida sul corretto uso dei dispositivi di protezione individuale (DPI) contro agenti chimici. Essa evidenzia che materiali tipici del cantiere — come isocianati, resine epossidiche, fibre minerali artificiali, pigmenti e solventi — possono provocare irritazioni cutanee, patologie respiratorie e aumentare il rischio di tumori.
La guida
sottolinea l’importanza di selezionare DPI idonei in base alla natura, stato fisico e concentrazione dell’inquinante, oltre al rispetto del D. Lgs. 81/2008 per gli obblighi di datore di lavoro, preposti e lavoratori. La normativa italiana, in linea con il D. Lgs. 81/2008, impone la valutazione completa dei rischi chimici nei luoghi di lavoro, la redazione del DVR (Documento di Valutazione dei Rischi) e l’attuazione di misure di prevenzione gerarchizzate:
eliminazione del rischio, riduzione, protezioni collettive, DPI, formazione e verifica periodica. Tuttavia, in molti casi, questa norma resta sulla carta. Nei cantieri, così come negli ospedali, mancano ispezioni mirate sul rischio chimico e il ricorso a DPI spesso non è adeguato o non garantito.
Nel frattempo, l’ambiente sanitario rimane un caso emblematico della cultura della sicurezza sottovalutata. Anche dove si utilizzano sostanze fortemente tossiche, spesso si operano pratiche rischiose senza ventilazione, cappe o filtri adeguati. Le stesse sostanze, se gestite correttamente, mediante cappe certificate, sistemi di estrazione localizzata, contenitori sicuri per la formalina, ecc, possono ridurre drasticamente i rischi di esposizione.
L’analogia tra salute e sicurezza nei due ambiti non è casuale: entrambi soffrono di una scarsa cultura della prevenzione, di mancanza di risorse, di formazione e di responsabilità condivisa. Eppure, i rischi sono reali e misurabili. Le polveri, i fumi, i vapori inalati possono determinare broncopneumopatie ostruttive croniche, dermatiti, allergie, asma, perfino tumori.
Per rompere questo circolo vizioso serve una strategia comune: rafforzare i controlli, diffondere buone pratiche con tecnologie aspiranti e filtranti nei luoghi sensibili, rendere obbligatoria la sorveglianza ambientale, investire nella formazione e nella cultura della prevenzione, valorizzare il DVR non come adempimento formale ma come strumento concreto di tutela. Un tale cambiamento non può essere frammentario: richiede una visione unitaria che riconosca la salute del lavoratore come indicatore essenziale della qualità e della sostenibilità dell’intero sistema.
La trasversalità del rischio chimico richiede interventi organici e pragmatica applicazione delle norme, sotto i cui principi dovrebbero operare sia strutture sanitarie sia cantieri. Il D. Lgs. 81/2008, titolo IX, articoli 224 e 225, stabilisce chiaramente la gerarchia delle misure di prevenzione: alla base dovrebbero trovarsi la progettazione dei processi e l’organizzazione.

Redazione NotiziarioSicurezza.it: Yuleisy Cruz Lezcano

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